In re Troy Anthony Davis
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- Pubblicato Mercoledì, 21 Settembre 2011 08: :16
E’ difficile non farsi coinvolgere emotivamente dalla ventennale saga giudiziaria di Troy Davis e impossibile non essere sedotti dalla sua avvincente trama, in particolare ora che la Corte Suprema è entrata nella vicenda con un clamoroso coup de théâtre.
Lunedì 17 agosto 2009 la suprema corte americana ha interrotto il suo lungo riposo estivo e, prendendo il considerazione per la prima volta in mezzo secolo un appello diretto (original writ of habeas corpus), ha ordinato alla Corte Distrettuale Federale della Georgia del sud di tenere una evidentiary hearing allo scopo di verificare le attestazioni d’innocenza di Davis.
La notizia è esplosa come una bomba sui media americani e noi Scotus maniaci non stiamo nella pelle all’idea della quantità di dotti articoli che produrrà la sentenza ”In re Troy Anthony Davis”. Roba da trasformare Kennedy v Louisiana in un gioco da bambini visto che la questione giudiziaria va ben al di là della sorte di Davis e coinvolge trent’anni di consolidata giurisprudenza americana. Trent’anni nei quali le Corti Supreme Statali, e soprattutto quella federale, hanno introdotto una quantità di strumenti legali atti a impedire ai condannati a morte di sfruttare più di tanto le possibilità di appello. Per non parlare poi del presidente Clinton che, in combutta col Congresso e con la scusa del terrorismo, ha prodotto (1996) quell’oscenità giudiziaria dell’Antiterrorism and Effective Death Penalty Act.
Abuse of the writ, actual innocence, AEDPA, audita querela, cause and prejudice, finality, harmless errors, new rule, newly discovered evidence, non retroactivity, plain error doctrine, procedural default, Teague vs Lane: l’appello capitale americano è diventato un campo minato in cui solo un numero esiguo di giuristi è in grado di orientarsi. Troy Davis è da un pezzo arrivato alla fine del percorso ed è un miracolo che non sia stato ucciso tempo fa. Ben vengano quindi le ardite chicanery della Scotus e le sue rotture dello stare decisis, anche se la situazione è senza sbocco: perché se Davis è innocente, ma non lo può dimostrare, l’ammazzano e, nel caso sia innocente, perché non l’ha dimostrato a tempo debito? E così l’ammazzano lo stesso.
Ma la Corte Suprema, nonostante Anthony Scalia (nota), è terrificata dall’idea di avere un non colpevole sul patibolo ed è alla ricerca di una via d’uscita nel ginepraio giuridico da lei stessa prodotto. Per ironia della sorte Troy Anthony Davis è stato relativamente fortunato nel ricevere la condanna a morte: perché, se avesse avuto l’ergastolo, ora starebbe con gli altri 140.000 lifers in mezzo ai duemilionicinquecentomila che affollano l’American Gulag e nessuno avrebbe mai sentito parlare di lui.
Però.
In tutto questo, cosa ci facciamo noi abolizionisti?
Non siamo certamente noi a doverci preoccupare dell’actual innocence di Davis e l’idea di una persona non colpevole avviata al patibolo dovrebbe togliere il sonno ai forcaioli e non certamente a chi la pena capitale la vuole eliminare.
Capisco l’emozione e la passione degli abolizionisti americani, ma questa campagna mi lascia perplesso; forse perché sono solito occuparmi di colpevoli e, nei due anni in cui Troy ha monopolizzato l’interesse, il boia americano non si è certo risparmiato e fra le sue vittime non sono state poche quelle che hanno protestato, fino all’ultimo respiro, la propria innocenza.
Io sono un vecchio cattivo e cinico e per me nel braccio della morte non ci sono innocenti, ma persone da salvare in nome della giustizia, dell’umanità e dell’equità. Inoltre il caso di Troy Davis ripropone, in forma leggermente diversa, il “Paradosso Bernabei”:
Le nuove udienze non modificano la sentenza e Troy viene ucciso in serena coscienza. Oppure è riconosciuto non colpevole e lo liberano affermando che il sistema ha funzionato e ammazzano tranquillamente gli altri condannati perché questi sono colpevoli. Oppure il Board of Pardons si convince della sua possibile innocenza e concede la grazia, intanto che gli altri sono uccisi perché nessuno si è mosso per loro.
Comunque è oramai evidente che gli stati americani aboliranno la pena capitale per i motivi sbagliati (costo, innocenti, ecc.) e che ci dobbiamo adattare, ma per noi abolizionisti questa è una partita pericolosa e dobbiamo sapere come giocarla. Dobbiamo avere ben chiari e saldi i nostri principi morali ed essere estremamente preparati sui duri fatti dell’applicazione della pena di morte che sono, sia ben chiaro, sempre a nostro favore. Se così poi forniamo all’opinione pubblica statunitense delle buone ragioni pratiche per l’abolizione non c’è nulla di male.
Nota
Il giudice Scalia ha scritto nella sua dissenting opinion che la corte di cui fa parte non ha mai affermato che l’uccisione di un innocente è incostituzionale.
“This court has never held that the Constitution forbids the execution of a convicted defendant who has had a full and fair trial but is later able to convince a habeas court that he is ‘actually’ innocent. Quite to the contrary, we have repeatedly left that question unresolved, while expressing considerable doubt that any claim based on alleged ‘actual innocence’ is constitutionally cognizable.”
http://www.scotusblog.com/wp/wp-content/uploads/2009/08/Scalia-opin-Davis.pdf
http://www.scotusblog.com/wp/wp-content/uploads/2009/08/court-order-Davis.pdf
per il significato dei termini giuridici vedi:
http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/usjus2/005us1-A.htm
Non ci sono innocenti nel braccio della morte.
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- Pubblicato Lunedì, 19 Settembre 2011 09: :25
La lotta di noi abolizionisti contro la pena capitale è una lotta morale ed etica. Una lotta per il rispetto dei diritti umani, per la vita, il diritto e la giustizia. Una lotta che non ha bisogno di giustificazioni, perché la pena di morte è un sacrificio umano futile e feroce. Che sia la “giustizia del re” giapponese o il democratico “linciaggio legale” americano il risultato non cambia: la pena di morte è l’uccisione rituale di alcuni disgraziati allo scopo di placare le paure della società. Questa constatazione spiega da sola il nostro impegno. Questa è la ragione per cui non ci battiamo contro la pena capitale perché uccide gli innocenti, ma perché uccide i colpevoli.
Tuttavia la pena di morte ha altre ripugnati caratteristiche: è arbitraria e crudele, inutile, sordida, costosa, razzista e classista. Brutalizza e degrada il paese che la pratica. Predilige le minoranze etniche e religiose, i poveri, i pazzi. Uccide gli innocenti. Questi aspetti odiosi della pena capitale sono le buone ragioni pratiche da offrire a quelli che Austin Sarat chiama gli “abolizionisti riluttanti”, cioè quelle persone che, pur mantenendone una teorica approvazione, cercano una scusa ragionevole per chiudere con il patibolo e fra queste scuse la più forte è indubbiamente la possibilità che sia uccisa una persona innocente.
Autori come Risinger e Espy affermano in America i condannati a morte innocenti, sia nel braccio che “giustiziati”, sono almeno il cinque per cento e i forcaioli hanno l’incubo che ciò sia dimostrato in tribunale. La possibilità che un innocente sia stato ucciso è il tallone d’Achille della pena di morte statunitense ed è divenuta una sorta di ricerca abolizionista del Santo Graal; anche se alcune dolorose esperienze ci hanno insegnato che le proteste d’innocenza che giungono dal Braccio possono essere false, indimostrabili o irrilevanti.
False, come ha mostrato, dopo dieci anni di battaglie legali, il test post mortem per Roger Keith Colemann. Indimostrabili, perché i reperti sono scomparsi e i test inconcludenti. Irrilevanti, perché l’istanza doveva essere sollevata a un livello giudiziario precedente ed ora è procedural defaulted.
In ogni caso l’enfasi posta sull’innocenza del condannato (da dimostrarsi con il test del Dna, anche se sono solo una dozzina i condannati che ha salvato) produce il “paradosso Barnabei”. Il caso viene riaperto (cosa quasi impossibile) e l' esame del Dna ne dimostra la colpevolezza, così lo uccidono con serena coscienza. Viceversa se l'esame ne dimostra l'innocenza lo liberano affermando che il sistema ha funzionato e ammazzano tranquillamente gli altri condannati perché questi sono colpevoli. Oppure il Governatore si convince della sua possibile innocenza e concede la grazia, intanto che gli altri sono uccisi perché nessuno si è mosso per loro.
In definitiva, senza sottovalutare l’enorme valore emozionale dell’innocenza, i fatti ci impongono un approccio pragmatico ai limiti del cinismo. Un approccio alla pena di morte che punti sempre al nocciolo dell’abolizionismo, ma che lasci, agli uomini di buona volontà, una valida scusa che giustifichi, di fronte all’opinione pubblica, un atto di umanità.
Here are 159 minor things DC officers can arrest you for
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- Pubblicato Domenica, 30 Ottobre 2011 08: :14
Expired tags, as it happens, were just one of 160 misdemeanor offenses where officers can choose either to take offenders into custody or to write them what is essentially a glorified ticket.
Crimes. Courts And Cures
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- Pubblicato Domenica, 30 Ottobre 2011 08: :13
Why the justice system does a bad job of separating defendants who deserve punishment from those who don't.
WSJ 26 Oct 2011
http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203633104576625401553519500.html?mod=googlenews_wsj
By PAUL G. CASSELL
How has the American criminal-justice system become one of the most punitive in the world without providing a corresponding level of public safety? In "The Collapse of American Criminal Justice," William J. Stuntz—a revered Harvard law professor who died of colon cancer earlier this year at the age of 52—offers a provocative big-picture answer.
Death penalty appeal draws giggles in the court of last resort
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- Pubblicato Martedì, 18 Ottobre 2011 08: :14
It's the best show in town as wheels of justice grind slowly for spectators

