A strange fruit, abolishing the death penalty La pena di morte è come la schiavitù, nessuno può imporla

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Pubblicato Sabato, 30 Luglio 2011 10: :05

La Corte Suprema da più di 35 anni tenta di sviluppare linee guida per imbrigliare la pena di morte americana, nello stesso periodo di tempo non ha praticamente fatto nulla che riguardasse le sentenze degli infiniti casi non capitali. con la sola eccezione della recente decisione di non permettere più il LWOP per i minori non omicidi, tutta la questione è stata rimandata alla buona volontà degli stati.

Quando è accaduto che la SCOTUS si occupasse di una pena sproporzionata inflitta a chi avesse commesso un terzo strike (caso Rummel) la decisione è stata di accettare una condanna all'ergastolo per un assegno a vuoto di 125 dollari.

La ragionevole durata del processo

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Pubblicato Martedì, 19 Luglio 2011 05: :42

18 luglio 2011

Negli Stati Uniti la maggior parte dei rari processi penali dura due o tre giorni. Alcuni continuano per settimane o mesi, ma c’è gente che ha visto selezionare la giuria il lunedì e il venerdì sera era nel braccio della morte. Forse il record è di Wallace Fugate il cui sentenching durò 27 minuti: cioè Accusa e Difesa dibatterono della sua vita in meno di mezz’ora. Il record storico di velocità dovrebbe invece appartenere, Far West a parte, a Joe Zangara che sparò al Presidente F. D. Roosevelt il 15 febbraio 1933, uccidendo però il sindaco di Chicago Anton Cermak (probabile vero obbiettivo del mafioso). In 5 settimane Zangara fu arrestato, accusato, processato, appellato ed esecutato il 20 marzo 1933, (in Cina riescono ad essere così rapidi?).

La straordinaria velocità del processo americano, senza considerare le Lower Courts, è dovuta alla miriade di udienze preliminari che precedono il dibattimento vero e proprio. Le questioni procedurali, con le lungaggini che affliggono la nostra giustizia, sono sbrogliate e decise molto prima che il processo abbia inizio. Ovviamente questo modus operandi chiede tempi lunghi ed è raro che un processo per omicidio inizi prima di due o tre anni dal fatto. (e a volte anche cinque anni)

Se dovessi fare un paragone fra il processo americano e il nostro direi che c’è la differenza che esiste fra cucinare il pollo con le mandorle e la porchetta. Per il pollo occorre una lunga preparazione ma una cottura veloce, mentre per la porchetta la preparazione è breve rispetto alla lunghissima cottura. Comunque è impossibile che il dibattimento per un murder arrivi in aula nei fulminei tempi dei telefilm americani e il solo empanelment della giuria può durare settimane. A volte però ci sono delle divertenti sorprese, come è accaduto a Jamel Gauthier che, dopo avere passato tre anni nelle jails di New York, ha scoperto che l’Accusa non era più in grado di dimostrare che il decesso per cui era di fronte ad una giuria era un assassinio. Mentre Jerry Hobbs si è fatto una detenzione cautelare di più di 5 anni prima che qualcuno confrontasse il suo DNA con quello dell’assassino.

La giustizia americana si caratterizza per l’amplissimo uso del patteggiamento e per la sommaria rapidità dei processi, ma nelle Lower Courts (courts not of record) accade che le cose si muovano molto lentamente anche per i misdemeanors. Stephen B. Bright ci ha raccontato la patetica qualità della difesa nel processo penale capitale texano e descritto quella che è nota come slaughterhouse justice: la giustizia mattatoio che affligge le corti di basso livello statunitensi. L’enorme quantità di persone arrestate ogni anno per piccoli reati non ha quasi mai la possibilità di pagare la cauzione e di farsi difendere decentemente ed è costretta a subire la difesa d’ufficio che è cronicamente afflitta da una micidiale quantità di casi da seguire. Così la normalità delle udienze americane consiste nel raggruppare una o due dozzine di arrestati e portarli, incatenati l’uno all’altro, di fronte al giudice, farli dichiarare colpevoli del reato contestato e appellarsi alla clemenza della corte che, di norma, li condanna al time served. Oggi, a quindici anni dal saggio di Bright, la situazione non è cambiata e i poveri della Contea Harris (come quelli di New York) stanno in prigione mesi e mesi (anche per più di un anno) in attesa che qualcuno si degni di trovargli un avvocato che gli faccia patteggiare una condanna che spesso hanno già abbondantemente scontato.

In definitiva, su 1.000 delitti solo metà è denunciata, gli arresti sono cento e le condanne cinquanta. Dei 50 condannati 20 vanno in probation, 15 nelle jails a scontare meno di un anno e 15 nelle prisons per condanne superiori.

Su 100 casi giudiziari definiti entro un anno dall’arresto (per gli altri ci vuole più tempo) 25 hanno le charges dismissed, 65 patteggiano la pena, 7 ottengono la deferred adjudication e solo 3 vanno in aula: di questi uno è assolto e due condannati.

Dei 67 condannati totali 19 vanno in probation (come il 5% dei colpevoli di murder), 27 scontano meno di un anno nelle jails e 21 più di un anno nelle prisons.

(Bohm Robert, A concise Introduction to Criminal Justice. Boston, Mc Grow Hill, 2007)

Articoli utilizzati

Stephen B. Bright
”The Execution of Wallace Fugate”

http://www.talkleft.com/story/2002/08/17/605/76022
”Mr. Fugate, a carpenter, was unable to afford a lawyer. So William Prior, a Superior Court judge, assigned two court-appointed lawyers who represented him no better than a couple of plumbers would have”

Stephen Bright

“Counsel for the Poor: The Death Penalty Sentence. Not for  the Worst Crime but for the Worst Lawyer”  Yale Law Journal May 94

http://www.schr.org/files/resources/counsel3.pdf

New York Times, November 13, 2008

Murder Case Dismissed Amid Doubts About Cause of Death

http://www.nytimes.com/2008/11/13/nyregion/13autopsy.html

Houston Chronicle August 22, 2009,

Thousands languish in crowded jail

http://www.chron.com/disp/story.mpl/metropolitan/6583478.html

Suspect in girls' slaying confessed because 'they broke me'

Chicago Breaking News  22 July 2010

http://www.chicagobreakingnews.com/2010/07/hobbs-to-stay-in-jail-family-hires-private-investigator.html

Zion dad free after 5 years in jail

August 4, 2010 (WAUKEGAN, Ill.) (WLS) –

http://abclocal.go.com/wls/story?section=news/local&id=7591881

HRW

The Price of Freedom: New York City: Bail Penalizes the Poor

Thousands Accused of Minor Crimes Spend Time in Pretrial Detention

http://www.hrw.org/en/reports/2010/12/02/price-freedom-0

30 aprile 1859 - abolizione della pena di morte in Toscana

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Pubblicato Lunedì, 25 Aprile 2011 05: :36

Il trenta aprile del 1859 il Governo Provvisorio Toscano, ricordando che “fra noi la civiltà fu sempre più forte della scure del carnefice”, abolì nuovamente la pena di morte nel Granducato.

Questo generoso atto di giustizia porterà il nostro Paese a diventare prima abolizionista di fatto e poi di diritto.

Viva l’Italia

 

Al link, trovate una breve storia dell’abolizione della pena di morte in Italia, di Claudio Giusti, 30 aprile 2011

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Pubblicato Lunedì, 25 Aprile 2011 05: :24

Uno strano frutto, un amaro raccolto.

Questo sito e' a cura di persone che hanno dedicato tanti anni della loro vita alla tutela dei diritti umani. Questo sito si occupa anche di pena di morte, ma all'interno di una visione piu' ampia di cosa significa giustizia.

Il nome del sito web deriva dall'omonimo testo di Abel Meerepol.

Qui sotto esponiamo le motivazione della nostra lotta alla pena di morte.

Riflessioni sulla pena di morte.

Noi, che abbiamo dedicato tanta parte della vita alla difesa dei diritti umani, sentiamo la necessità di esprimere i motivi profondi del nostro impegno nella lotta alla pena di morte e offriamo questa riflessione al Movimento Abolizionista.

Alessia Bruni, Cristiana Bruni, Claudia Caroli e Claudio Giusti

 

La pena di morte è l’imposizione arbitraria e capricciosa di dolore e sofferenza.

 

La pena capitale è una profanazione dei principi di uguaglianza e libertà sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (Articoli Uno, Due e Sette) e inoltre viola gli Articoli Tre e Cinque della stessa Dichiarazione: quelli che garantiscono il diritto alla vita e l’immunità dalla tortura e da ogni punizione crudele, inumana o degradante. Il rispetto di questi diritti è un obbligo per tutti i paesi del mondo e non esiste situazione in cui possano essere ignorati.

 

La pena di morte, come la schiavitù e la segregazione razziale, viola il diritto all’uguaglianza perché crea una categoria di persone cui questo diritto è negato ancor prima di quello alla vita.

 

Il diritto all’uguaglianza nel diritto alla vita non dipende dalla bontà d’animo dei governanti, né dai capricci di una maggioranza e, pur essendo un diritto individuale, la sua esistenza è una garanzia per tutti i membri della società. Questo è un diritto umano di cui tutti devono godere in qualunque momento. Qualcosa che appartiene ad ogni essere umano semplicemente perché egli è tale.

 

Lo stato non ha il diritto di vita e di morte. Unicamente gli individui possono, singolarmente o collettivamente, utilizzare la violenza in caso di estrema necessità per rispondere, in modo proporzionato, ad una minaccia concreta e attuale e solo per salvare vite.

Il sistema giudiziario non si trova mai in questa situazione.

 

La pena di morte è un sacrificio umano, un assassinio perpetrato a sangue freddo, un omicidio rituale commesso in nome di tutti per rassicurare le paure di alcuni e rafforzare il potere di pochi. Essa è una guerra dello stato contro l’individuo ed è sempre un fatto politico. Non esiste distinzione fra delitti politici e comuni perché questa pena è la dimostrazione della potenza dello stato.

 

Che sia la segreta giustizia del re o il democratico linciaggio, il patibolo è sempre un simbolo di potere che non ci consente esitazioni. L’opposizione ad esso non può limitarsi ad un’accorta selezione dei casi e delle situazioni. Il patibolo non consente la scappatoia del bene comune e della suprema necessità statale: davanti ad esso non possiamo essere neutrali

 

L’esperienza di due secoli di abolizionismo ha dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che la pena di morte è priva di qualsiasi utilità e giustificazione. Non è un deterrente e non è di sollievo ai parenti delle vittime. Non è altro che una vendetta camuffata da retribuzione e la sua perversa suggestione imitativa brutalizza la società nel suo insieme.

 

La pena di morte è una violazione dei diritti umani e non può essere amministrata equamente. Colpisce di preferenza, se non unicamente, i deboli e gli indifesi. Uccide gli innocenti, i poveri, i pazzi, i minorati e gli appartenenti alle minoranze.

La sua attesa è una tortura che può durare decenni.

 

La pena di morte è un’atroce lotteria e la sua imposizione assomiglia al lancio di una moneta. Solo un numero molto piccolo di presunti colpevoli è condannato al patibolo e un numero ancora più piccolo è ucciso. Non esiste un legame logico e coerente fra il delitto commesso e la pena che si va a scontare. Per delitti simili alcuni sono “giustiziati” mentre altri se la cavano con poco o nulla.

 

L’imposizione di una sentenza capitale risente dei pregiudizi razziali, religiosi, sociali, politici ed economici della società che la applica, della vicinanza delle elezioni, dei titoli sui giornali, dello status sociale della vittima e dell’assassino, delle risorse a disposizione dell’Accusa, arrivando all’assurdo della differente applicazione da un aula giudiziaria all’altra. Più che amore verso la vittima si mostra un odio molto selettivo nei confronti dell’assassino. Forse Abele è sempre Abele, ma certamente Caino non è sempre Caino

 

La storia ha dimostrato che non è umanamente possibile tracciare quella sottile linea blu che divida chiaramente i delitti passibili di pena di morte da quelli che non lo sono e il concetto di chi “meriti di morire” cambia nel tempo e nello spazio. Comportamenti che oggi consideriamo sopportabili, normali, quando non encomiabili, sono stati e sono ferocemente repressi in altri tempi e luoghi. L’Inghilterra dell’800 impiccava ladruncoli e bambini. La libera espressione del pensiero, anche religioso, è stata ed è un’attività estremamente pericolosa, come la libera impresa. Comportamenti sessuali su cui non troviamo nulla da ridire sono stati e sono gravati di tremendi pericoli.

 

L’incarcerazione dell’innocente, o l’imposizione di una pena sproporzionata, sono drammi che affliggono ogni sistema giudiziario, ma il solo sospetto di uccidere un innocente, o il non colpevole di un reato capitale, dovrebbe essere ragione più che sufficiente per giustificare l’abolizione del patibolo anche agli occhi del più incallito dei forcaioli. Inoltre le alternative alla pena di morte sono già previste dal diritto e quotidianamente applicate in tutti i paesi.

 

La sospensione delle esecuzioni è un palliativo, perché le condizioni del braccio della morte sono una tortura sovente omicida. Lo stesso ergastolo, se non è illuminato da una sia pur lontana speranza di redenzione e libertà, diventa una ghigliottina secca.

 

Abolire la pena di morte non significa necessariamente rispettare i diritti umani, come del resto questo rispetto non è dato dalla presenza di un sistema democratico. Abolirla significa piuttosto riconoscere la dignità inerente ad ogni essere umano, i sui diritti eguali e inalienabili e, allo stesso tempo, applicare la giustizia nel suo significato più alto, accettandone l’incoerenza e la fragilità.

La sua abolizione è una garanzia di libertà e umanità per tutti.

30 Novembre 2010

 

 

Dott. Claudio Giusti

Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia 
Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail
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Componente del Comitato Scientifico dell'Osservatorio sulla Legalità e i Diritti, Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l'onore di partecipare al primo congresso della Sezione Italina di Amnesty International. Piu' tardi e' stato tra i fondatori della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte (World Coalition Against The Death Penalty).

Forlì, 25 novembre 2011

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Pubblicato Martedì, 22 Novembre 2011 12: :14

Davigo e Giusti a Forlì per un confronto su Giustizia in Italia e negli Stati Uniti


In occasione del processo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l'omicidio di Meredith Kercher, l'opinione pubblica è stata sollecitata a confrontare il sistema giudiziario italiano con quello americano, nel quale - stando a certe ricostruzioni politiche o mediatiche - "le cose funzionano meglio".Analogo il messaggio divulgato in occasione del dibattito sulle proposte di riforma della Giustizia in Italia, sulla questione delle intercettazioni e sulle inchieste che coinvolgono politici, amministratori pubblici, manager di aziende e banche.
Ma è poi così vero che il sistema giudiziario americano sia "migliore" di quello italiano o è più giusto parlare di sistemi diversi, coi loro pregi e difetti? Esistono luoghi comuni infondati? Quanto pesano sulle "ricostruzioni" operate dai media e sulle dichiarazioni di alcuni politici la conoscenza effettiva del sistema giudiziario americano o piuttosto l'interesse a spacciare per "buone" riforme che invece buone non lo sono?
A queste domande risponderanno il dott. Piercamillo Davigo, consigliere di Cassazione ed esperto di diritto penale anglosassone, e il dott. Claudio Giusti, esperto di Diritti civili e di pena capitale negli Usa, membro del Comitato Scientifico dell'Osservatorio sulla legalità e sui diritti Onlus intervenendo a Forlì venerdì 25 novembre, alle ore 17,30 presso la Sala Santa Caterina, sul tema "GIUSTIZIA in Italia e negli Stati Uniti: tra falsi miti della politica e verità nascoste".
L'incontro pubblico prevede una breve introduzione del dr. Riccardo Bevilacqua, referente dell'Osservatorio per la provincia di Forlì-Cesena. In conclusione sarà dato spazio al dibattito con il pubblico.
Altre informazioni ed un ricco dossier sul sito www.osservatoriosullalegalita.org

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